Sono tornata in Asia Centrale dopo molti anni.
Che il mondo sovietico sia oramai una questione storica mi è ovviamente chiaro da tempo; ma ritrovarne tracce lungo questo mio cammino ha qualcosa di familiare.
Ad Almaty in Kazakistan, l'impressione iniziale è sorprendente. Una città moderna, verde, ordinata, adagiata ai piedi delle montagne del Tian Shan. I grandi viali alberati, i caffè affollati e i nuovi edifici raccontano un Paese proiettato verso il futuro, mentre qualche palazzo dell'epoca sovietica ed il russo parlato ovunque ricordano un passato che non è del tutto scomparso.

Lasciata la città, la strada corre verso spazi immensi. Qui la misura delle cose cambia. Le distanze sembrano dilatarsi ed il paesaggio è dominato da altopiani, steppe e orizzonti senza fine. Al Charyn Canyon, uno dei luoghi simbolo del Kazakistan, il vento scolpisce da millenni pareti di roccia rossastra che ricordano castelli e torri naturali. Ma più dei singoli luoghi restano negli occhi il cielo aperto, i cavalli al pascolo e quella sensazione di libertà che ti accompagna per ogni chilometro.

Il passaggio della frontiera verso il Kirghizistan avviene quasi all'ultimo minuto. Come spesso accade nei viaggi via terra, attraversare il confine significa lasciare un mondo e raggiungerne un altro, camminando semplicemente lungo una strada tra due posti di controllo.
Il Kirghizistan si rivela meno monumentale e più intimo: è un Paese che conquista lentamente. Le montagne accompagnano il viaggio da lontano, immense e silenziose. Attraversiamo vallate verdi, passi d'alta quota e piccoli villaggi dove il tempo sembra procedere con un ritmo diverso. Lungo la sponda meridionale del lago Issyk-Kul, uno dei più grandi laghi alpini del mondo, l'acqua appare severa e luminosa sotto il profilo delle montagne innevate. Non c'è nulla di spettacolare nel senso più turistico del termine, eppure l'insieme possiede una straordinaria armonia.

In questi luoghi ho rispolverato il mio russo. Parole dimenticate da decenni sono riaffiorate quasi naturalmente. Per un attimo, il tempo trascorso è sembrato annullarsi.
Viaggiamo lungo quella che per secoli è stata la Via della Seta. La Cina è poco distante, la Russia continua a essere presente nella lingua, nell'architettura e nei ricordi delle persone. Forse è anche per questo che, in modo difficile da spiegare, mi sento un po' a casa.

Poi arriva l'Uzbekistan e il paesaggio cambia ancora. Dopo le montagne e le grandi pianure compaiono le città leggendarie dei mercanti e delle carovane. A Samarcanda le cupole turchesi del Registan brillano alla luce del tramonto; a Bukhara i minareti e le madrase raccontano oltre mille anni di storia; a Khiva le mura color ocra racchiudono un centro storico che sembra sospeso nel tempo.
È il finale perfetto di un viaggio che unisce natura immensa e civiltà antiche, spazi infiniti e città che per secoli hanno collegato Oriente e Occidente.