E’ mattina presto quando partiamo con auto, autista e giovane guida verso il centro dell’isola, in un giorno qualunque di quasi trent’anni fa, quando non c’era youtube e neanche i vari reel a raccontarti un luogo,
ma solo i ricordi di chi c’era stato e qualche foto.
Siamo nel Sulawesi, grande isola dell’Indonesia dove - più che in altri luoghi - miti, leggende, usi e costumi ci raccontano di un popolo particolare.
Qui è lungo le strade che la vita scorre: bimbi in perfetta divisa che si recano a scuola; cani vaganti, galline e tutto ciò che la vita rurale può raccogliere.
Da Makassar – capoluogo della provincia - molte ore di auto a fronte di pochi chilometri, su strade vagamente asfaltate, con soste davanti a bancarelle di frutta colorata e buonissima, con immagini che scorrono dai finestrini di uomini fieri con il proprio gallo in braccio (ma questa è un’altra storia).
E poi all’improvviso la valle.
La Tanah (terra) dei Toraja è un luogo magico ed unico.
La bellezza di questa terra prigioniera e nascosta tra le montagne ti avvolge.
Questo popolo non ha nulla a che vedere con altri popoli Indonesiani. Arrivano dalla zona Australe del Pacifico, ma loro - più poeticamente - affermano di discendere dal cielo. Ti lasciano a bocca aperta le case nei villaggi costruite nella forma di antiche imbarcazioni (retaggio delle loro origini di naviganti si dice...) racchiuse dalla corona di montagne che le circondano.
Succede poi che “se sei fortunato” e durante il tuo soggiorno ha luogo un funerale, vieni invitato a partecipare.
Per i Toraja il funerale è ...il momento più importante della vita.
E’ una cerimonia che più è sfarzosa e solenne, più dimostra l’importanza della persona passata a miglior vita. Però. (c’è sempre un però...) poiché non si può iniziare ad organizzare il funerale prima di essere passati a miglior vita, succede che il defunto, sistemato con incensi e principi di mummificazione, rimane sereno nel piano basso della casa a volte per anni in perfetta compagnia con i propri congiunti.
E cosi, se non ti hanno spiegato prima a cosa vai incontro (e io ad essere onesta non l’avevo proprio capito all’epoca) ti ritrovi a partecipare a questa “festa” dove più gente arriva e meglio è.
Arrivano conoscenti da villaggi vicini, con amici e conoscenti, che a loro volta portano amici e conoscenti… Una folla di centinaia e centinaia di umanità. Tra cui noi.
Vengono allestiti ripari di fortuna perché la “festa“ dura diversi giorni e - realizzi subito - iniziano ad essere portati animali non certo destinati a ruolo di compagnia.
Per chi arriva dall’occidente in genere e per me è assolutamente una situazione di orrore puro.
Non voglio condividere qui il dettaglio di quei ricordi per pudore e decenza; ma le urla di quei bufali e maiali non mi abbandonerà mai.
Basta poco per capire che non puoi reggere a quelle scene. Raggiungi la guida, porgi la busta con i soldi dovuti a titolo di omaggio e spieghi senza indugi che vuoi andare via.
La guida con imbarazzo risponde che “in genere non si fa” ma che se vogliamo proprio andare avverte la famiglia e – aggiunge – sarebbe educato omaggiare il defunto, perché altrimenti la figlia potrebbe offendersi.
Non impiego neanche un secondo a rispondere che no, ad omaggiare il defunto non ci penso proprio e che se la figlia si offende… me ne farò una ragione.